LI METTE IN FILA “GENTLEMAN”, MENSILE DI “MILANO FINANZA” CHE, SOMMANDO I VOTI DELLE 5 GUIDE (GAMBERO ROSSO, L’ESPRESSO, VERONELLI, AIS, MARONI), PREMIA I VINI DEL CENTRO E DEL SUD.
IL PRIMO? “ES” GIANFRANCO FINO.
Arriva la classifica dei migliori 100 vini rossi italiani del 2011, ricavati dalla somma dei giudizi delle 5 guide del vino più importanti del Belpaese, Gambero Rosso, L’Espresso, Veronelli, Associazione Italiana Sommelier e Luca Maroni e curata da “Gentleman”, il mensile di “Milano Finanza”.
Certo, ogni guida dà voti e punteggi a modo suo, per cui è stato necessario uniformare i diversi parametri e tradurre ogni punteggio in centesimi: il risultato è una “Top 100” che, nelle prime dieci posizioni, segnate da diversi ex aequo, vede premiare i vini del Centro e del Sud del Paese: sul gradino più alto sale il Primitivo di Manduria Es di Gianfranco Fino (Puglia, 476 punti), seguito, in seconda posizione, dal Torgiano Rosso Riserva Rubesco Vigna Monticchio 2006 di Lungarotti (Umbria, 473 punti), mentre sul gradino più basso del podio trova posto il Sassicaia 2008 della Tenuta San Guido (Toscana, 469 punti).
Fuori dal podio, alla posizione n. 4 il Tignanello 2004 di Antinori (Toscana, 468,5), al n. 5 il Kurni 2009 Oasi degli Angeli (Marche, 468), a pari merito con il Montepulciano d’Abruzzo Villa Gemma 2007 di Masciarelli (Abruzzo), seguiti alla posizione n.6 dal Montiano 2009 di Falesco (Umbria, 465,5). Quindi, al n. 7, troviamo due vini del Nord, il Barolo Falletto di Serralunga d’Alba 2007 di Bruno Giacosa (Piemonte, 465) e l’Amarone Classico 2007 di Allegrini (Veneto). Seguiti alla posizione n. 8 da altri due vini, il Terra di Lavoro 2009 di Galardi (Campania, 464) ed il Montepulciano d’Abruzzo San Calisto 2008 di Valle Reale (Abruzzo). A chiudere la top 10 dei migliori vini rossi d’Italia, al n. 9 il Solaia 2009 di Antinori (Toscana, 463,5) ed alla n. 10 un’altra coppia, formata dal San Leonardo 2006 della Tenuta San Leonardo (Veneto 462,5) e dall’Aglianico del Taburno Terra di Rivolta Riserva 2008 di Fattoria La Rivolta (Campania).
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9 Nov. 2011 - Bella Mia Italian Restaurant on Baoqing Lu (Shanghai) hosted an evening of Roman cuisine at which Italian Wine & Food is honored to be invited and sponsor.
Chef/owner Franco Varesano prepared typical dishes like "Spaghetti alla Carbonara", "Braciolette d’Abbacchio Panate" and "Crema alla Romana". Silvestri wines (a winery from Castelli Romani area) were served for the first time in Shanghai.






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Based on their sweetness, sparkling wines are usually classified in different categories according to the residual sugar content in the bottle:
EXTRA BRUT Between 0 and 6 g/l
BRUT Lower than 12 g/l
EXTRA DRY Between 12 and 17 g/l
DRY Between 17 and 32 g/l
MEDIUM DRY Between 32 and 50 g/l
SWEET Over a 50 g/l
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«Non sapete fare sistema» dicono di noi in Cina, dove i vini e la cucina del nostro Paese soccombono a Francia e Germania.
«In Cina avete un grande potenziale ma non sapete fare sistema, non avete logistica e canali distributivi al livello dei concorrenti», che poi sono quasi sempre Francia e Germania.
Nelle parole di un diplomatico di Pechino si condensa il solito vizio italico. La Cina è uno specchio immenso che riflette il carattere nazionale sul mercato più grande del mondo. Si prenda l’agrifood: la cultura del cibo e del bere bene italiano da soli non bastano.
A Pechino tutti si ricordano ancora il flop di Piazza Italia. Il centro commerciale aperto nel lussuoso quartiere di Chaoyang nel settembre 2008 doveva essere la nostra vetrina agroalimentare, prima tappa di un’espansione a Shanghai, Hangzhou e Tianjin. A fine ottobre era venuto persino Silvio Berlusconi a benedirlo.
Peccato che in appena 14 mesi si sia trasformato in uno dei più grandi crac del made in Italy. Nel consorzio c’erano alcuni tra i più importanti marchi italiani: Crai, Cavit vini, il consorzio Grana Padano, San Daniele Service, Conserve Italia e Frantoi Artigiani, riuniti sotto la sigla Tac (Trading Agro Crai). L’idea era corretta: fare massa critica e mettersi in una location patinata per spingere il nostro agroalimentare.
Pie illusioni. Piazza Italia è subito un deserto e da luglio 2009 smette di pagare affitti, stipendi e fornitori. Il consuntivo è un bagno di sangue: Tac perde sei milioni e fa debiti per 4,5. Un misto di spese folli, location sbagliata, presunzione e sottovalutazione del mercato cinese. Sugli scaffali c’era infatti la summa disordinata del nostro «food», divisa tra un supermercato Crai, un ristorante, un self-service, una caffetteria e un’enoteca. Una formula che non ha mai attecchito nella classe media pechinese. «La brutta figura italiana: facevate pagare generi da supermercato, pur ottimi, a prezzi di boutique...», ha riassunto il «China Daily» nei giorni caldi del crac.
Piazza Italia è certamente il flop più grande ma non è l’unico caso di aziende o catene del ramo agroalimentare che hanno dovuto chiudere bottega. Negli ultimi tempi è successo a Caffè Parma, Gusto Menta, L’Isola, Oro. Identici i motivi: target di clientela e location sbagliati, piani di business faraonici, logistica debole. Si salvano i mini corner Lavazza e Illy ma sono, appunto, piccoli numeri.
Sul vino la situazione non è migliore. Siamo i campioni del mondo, ma da queste parti non si nota affatto. Il nostro export in Cina aumenta a tre cifre ogni anno solo perché si parte da quasi zero. Nel 2010 sono state commercializzate bottiglie per 40 milioni di euro, mentre complessivamente le esportazioni italiane di vino ammonta a 4 miliardi. In pratica solo l’uno per cento delle nostre bottiglie finisce sulle tavole cinesi.
Girando per Pechino lo si capisce. Al ristorante all’ottantesimo piano del China World Summit Wing, la nuova torre da 300 metri dove ha sede anche Apple China, c’è una mega cantina piena di champagne e vini francesi, californiani, australiani, ma mancano i grandi italiani. Al ristorante in cima al Park Hyatt è più o meno lo stesso. Alla fiera del vino di Pechino il padiglione dei francesi è tre volte più grande di quello italiano e sugli scaffali dei market si trovano Zonin, Prosecco Valdo, Villa Antinori, Gaia, ma il loro spazio è piccolo rispetto ai cileni e agli australiani e le bottiglie costano mediamente di più.
«Il 60 per cento del vino importato in Cina è francese», spiega Stefano Latorre, a Pechino dal 2003, dove con la sua Karpek opera come trader nel settore food and beverage. «Ma se parliamo di spumanti e champagne la quota arriva al 75 per cento».
I francesi sono sbarcati in Cina vent’anni fa con Sopexa, l’azienda di promozione pubblica dell’agrifood, e hanno continuato ad investire grosse risorse su marketing e pubblicità. Il resto lo fanno i loro canali di grande distribuzione, Carrefour e Auchan. «Il risultato è che oggi per i cinesi la parola vino coincide con il trinomio rosso, francese e bordolese», continua Latorre. Sul top di gamma i «grand crus» sono diventati uno status symbol. Una bottiglia di Château Lafite annata 2008 può costare più di duemila euro e i cinesi ricchi amano regalarlo nelle occasioni speciali.
Non basta. «La Francia è fortissima anche sui vini economici, il più delle volte marchiati con una bella etichetta di castello bordolese spesso fasullo e distribuiti a due euro nelle grandi aree urbane». Il nostro Chianti o il Sangiovese sono più buoni, ma costano troppo.
Insomma, messa a confronto con tedeschi, francesi e americani, in Cina, proprio in un segmento strategico come l’agrifood, esce fuori la debolezza di fondo del made in Italy: l’incapacità di industrializzare e distribuire le nostre eccellenze. Abbiamo inventato la pizza, ma la catena mondiale è Pizza Hut; siamo i migliori gelatai, ma il colosso è Häagen-Dazs; siamo i re del caffè, ma la commercializzazione la fa Starbucks.
Tra Pechino e Tianjin il fenomeno si nota facilmente. «In Cina il mordi e fuggi è un illusione», continuaLatorre. «Purtroppo non abbiamo grandi gruppi che fanno economie di scala, arrivano le singole aziendine agricole, spendono 3-4mila euro per gli stand alle fiere sperando di trovare il distributore bravo che ti piazza un po’ di bottiglie. E alla fine se ne tornano in Italia sconfitti, con la coda tra le gambe».
Fare business coi cinesi è snervante. Un gioco continuo di dissimulazioni. «Ma le imprese italiane spesso non lo capiscono...»
by MARCO ALFIERI – inviato a Pechino - www.lastampa.it
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The Big Six statistics for January to June, 2011

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After many year of hearing about the Da Marco food factory I have found this pack of frozen pasta on a supermarket shelves and I decided to give it a try ...

Congratulation Marco Barbieri! It is quiet an accomplishment for a restaurateur to develop an industrial line and put his face on the box :-)

Here is how the frozen ravioli look like once open the package … the instructions say just put them on a plate inside the microwave, high power for 4 minutes ...

My tasting comments: tomatoes sauce is a bit watery, olives portion is generous, ravioli stuffing is a bit hard, and maybe the formula (considering the industrial process to freeze it) may be improved.
Conclusion: GOOD, it is fast and quick, taste OK, it is not fantastic but is fair value for RMB29

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Sometimes it feels like we have a new French paradox: every year China Customs releases its data on bottled wine imports and France not only comes in first but also increases its share of the market. Last year was no exception.
Imports of bottled wine in 2010 increased 61 percent over 2009 to reach 146 million liters. The China market is still relatively small but those numbers represent a major increase and it comes on top of many years of steady growth. Where that wine is going is another story but here are a few notes on how things looked last year for The Big Six — France, Australia, Spain, Chile, Italy, and the United States — which account for ~90 percent of bottled wine imports.
France: imports rose 67 percent, slightly higher than the average rate, on a strong base and thus pushed France’s share of the overall market to nearly half at 46.3 percent. I do not yet have the import numbers by value but suspect France did even better there. To get a sense of the strength of France, consider it in contrast to the number two source of imported bottled wine, Australia. In 2007, France had about twice as much market share as Australia: ~38 percent versus ~20 percent. Now it has about three times as much market share: 46.3 percent versus 16.2 percent. And it is pulling away at a time when the market is rapidly growing and that means the gap is even more pronounced when it comes to volume.
Australia: last year was not the best in terms of volume as imports rose by 27 percent, well below the average, and Australia’s share of the market stood at 16.2 percent after several years of being around20 percent. Concern from Australia would be justified given the cheap and decent wines coming in from all corners of the world. That is one reason its promotion arm, Wine Australia, has put an emphasis on premium wines. It would be easy to say Australia is in a tough spot but it is a pretty good tough spot given imports are still growing and it still holds second place.
Italy: it saw the second biggest growth among the Big Six, at 78 percent, and rose to third place with 7.7 percent of the market. That’s the good news. The bad news is that Italy’s market share is modest in comparison to the size of its wine industry and export potential. It still has a long way to go to take its rightful place in this market.
Chile: its imports increased 54 percent as it took 7.2 percent of the market. Chile still offers good value but I am seeing more Argentine and other competitors on the shelves.
Spain: it saw the biggest growth, up 105 percent over 2009. As with Italy, its overall share, at 6.5 percent, is disappointing given the size of the Spanish wine industry.
United States: it posted modest growth of 47 percent—again, that is modest by China standards—but this came after a boom year for the country and still represents reasonably healthy import numbers. The United States took 6.3 percent of the market.
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Dopo l'ultima vendemmia, secondo i dati dell'Unione europea riportati da Coldiretti, 49,6 milioni di ettolitri prodotti nel nostro paese contro i i 46,2 dei transalpini
MILANO - Con i risultati finali dell'ultima vendemmia 2010-2011 l'Italia diventa il principale produttore di vino al mondo sfilando il primato finora detenuto dalla Francia. Lo afferma la Coldiretti sulla base dei dati della Commissione Ue che rilevano una produzione di 49,6 milioni di ettolitri per l'Italia, superiore - anche se di misura - ai 46,2 milioni di ettolitri sulla Francia, su un totale comunitario di 157,2 milioni di ettolitri, in calo del 3,7%.
Il primato del Made in Italy viene confermato - spiega la Coldiretti - anche se si considerano i valori italiani al netto della feccia stimabile in un 5%. Il risultato è il frutto di una sostanziale stabilità della produzione in Italia e di un calo in Francia.
VINI DI QUALITA' - Il 60 per cento della produzione nazionale è rappresentata da vini di qualità con ben 14,9 milioni di ettolitri sono destinati a vini Docg/Doc e 15,4 milioni di ettolitri a vini Igt, segnala la Coldiretti. Un risultato incoraggiante arriva anche dalle esportazioni, aumentate del 15 per cento nel primo bimestre del 2011.
«Si tratta - è stato precisato - del risultato di una crescita record del 31% negli Stati Uniti, che diventano il primo mercato di sbocco in valore davanti alla Germania, ma anche dell'aumento del 6% dell'export nell'Unione Europea e di un significativo e benaugurante incremento del 146 per cento in Cina».
Un andamento che conferma i risultati positivi ottenuti dal vino Made in Italy all'estero nel 2010 con un valore record dell'esportazioni di 3,93 miliardi, superiori per la prima volta ai consumi nazionali. Inoltre le esportazioni di vino Made in Italy dei piccoli produttori sotto i 25 milioni di euro di fatturato, sono cresciute in valore del 16 per cento, quasi il doppio dell'8,5 per cento messo a segno dalle prime 103 società italiane produttrici di vino, secondo una analisi della stessa Coldiretti sulla base dei dati 2010 di Mediobanca e Istat. Il fatturato complessivo realizzato dal vino italiano nel 2010 è stato pari a 7,82 miliardi.
Primato italiano sui cugini francesi anche per quanto riguarda i marchi doc: in Italia - segnala l'organizzazione agricola - può contare su 504 vini tra denominazione di origine controllata (Doc), controllata e garantita (Docg) e a indicazione geografica tipica (330 vini Doc, 56 Docg e 118 Igt).
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